La pubblicità è arte?

Posted by chiara in pubblicità e arte, pubblicitando | Tagged , , , , | 1 Comment

Punt e MesHo deciso di dedicare una sezione del mio blog al rapporto tra arte e pubblicità cominciando proprio dal pormi una semplice e forse banale domanda: ma la pubblicità è arte?
Non so cosa voi ne pensiate, ma secondo me… sì lo è! :)

A partire dalla sua stessa nascita la pubblicità è stata da sempre considerata una forma di comunicazione commissionata, pagata e asservita al volere del consumismo, a differenza dell’arte considerata invece una forma di espressione nobile in quanto non risponderebbe a nessuna imposizione, dovendo rendere conto solo al volere dell’artista creatore. Ma questo non è sempre vero… In realtà il problema del rapporto tra arte e potere affonda le sue radici nel più lontano passato e non è certo nato con il capitalismo.
Scusate un attimo, secondo me (e secondo molti altri!) in fondo il lavoro del pubblicitario ricalca quello dell’artista, soprattutto rinascimentale: entrambi creano un’opera di tipo visivo su richiesta di una committenza privata la quale desidera che un preciso messaggio venga trasmesso ad un pubblico ben determinato.

La pubblicità è stata inoltre spesso accusata di non poter essere una forma di espressione artistica perché non è di un unico autore. Ma mi sembra che anche forme d’arte come l’architettura e il cinema siano collettive… Oppure, altra accusa: mentre l’opera d’arte è unica e irripetibile, la pubblicità, con i suoi annunci, i suoi spot televisivi e i suoi manifesti sarebbe riproducibile in migliaia di esemplari. Allora dobbiamo negare lo statuto di arte anche alla xilografia, all’acquaforte o alla litografia? Il concetto di opera d’arte autentica ma riproducibile si è oggi affermato grazie all’avvento dei mezzi di riproduzione tecnica e alla diffusione del famoso saggio di Walter Benjamin L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica uscito nel 1936.

Io quindi parlerei a pieno titolo di pubblicità come moderna forma di espressione artistica che interpreta e dà forma ad un fondamentale immaginario sociale: la felicità di consumare.

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